I biocombustibili naturali derivati da scarti di lavorazione agricola che possono essere usati nelle caldaie per il riscaldamento aziendale o domestico sono diversi (nocciolino di olive, sansa disoleata, gusci di nocciola, pinoli, mais, bulla di riso o di farro, canapa, ecc.), ma non sono ancora molto diffusi. Nonostante l’enorme diffusione del pellet, cippato e legna, che godono di una rete commerciale e di una filiera ormai consolidata, l’innovazione tecnologica in agricoltura, la ricerca ingegneristica e l’urgenza di “fare di necessità virtù” rendono attuali tali biomasse meno note ma interessanti sotto il profilo ambientale e del potere calorifico, nonché economico.

L’utilizzo di tali scarti di lavorazione agricola è però ancora prevalentemente localizzato nelle zone di produzione della materia prima e nello stesso processo produttivo, come l’olivicoltura.

Eppure la resa combustibile è interessante. Il potere calorifico inferiore di riferimento per le biomasse da riscaldamento varia a seconda del prodotto: 4.600 kcal/kg per i residui di potature e le cortecce, 4.500 kcal/kg per la legna, 4.400 kcal/kg per gusci di noci, mandorle e pinoli e cedui a rotazione breve, 4.300 kcal/kg per sansa e vinacce, 4.200 kcal/kg per paglia da grano, segale e orzo (Rapporto biomasse GSE/Simeri 2009). Per  quanto riguarda il nocciolino di sansa vergine il potere calorifico inferiore si attesterebbe tra 4.600/5.000 kcal/kg, ma dati ufficiali non sono di facile reperimento dal momento che il potere calorifico delle biomasse legnose è soggetto a variazioni in più o in meno a seconda dell’umidità in esse contenuta.

Dopo pellet, cippati e legna, sono la sansa disoleata ed il nocciolino di sansa vergine le biomasse solide più diffuse per alimentare caldaie per riscaldamento o acqua sanitaria, termocamini, forni e caldaie policombustibili, le cosiddette multi fuel.

Dal punto di vista normativo la sansa disoleata è inserita tra i combustibili utilizzabili negli impianti disciplinati dal titolo I e II della parte quinta del D.lgs. 152/2006; in particolare nell’Allegato X alla parte II, sezione 4,vengono dettate le caratteristiche delle biomasse combustibili e le relative condizioni di utilizzo, specificando le condizioni affinché la sansa di oliva disoleata esausta possa essere considerata un combustibile “biomassa”. Rispetto alla sansa disoleata, il nocciolino di sansa vergine, prodotto dalla denocciolatura delle olive in pre-spremitura, oltre a rientrare normativamente nella categoria di biomassa combustibile, è un combustibile ancor meno problematico perché riduce di molto fumi e ceneri. Il prezzo di mercato del nocciolino si aggira intorno ai 150/160 euro/tonnellata, rispetto ai 120/140 euro/t della sansa e al 280/300 euro/t del pellet .

Non mancano però i punti deboli. La reperibilità della sansa e del nocciolino non è ancora ben organizzata, mentre all’ingrosso si trovano sfusi, meno adatti all’uso domestico. La vendita avviene prevalentemente presso i frantoiani, i primi, e talvolta ancora i soli, a smerciare queste due biomasse. Essendo scarti di lavorazione delle olive, sono infatti i produttori a riutilizzarli per primi all’interno dell’azienda, ad esempio per riscaldare gli impianti di gramolatura. Solo la parte eccedente del nocciolino viene destinata alla vendita in sostituzione del pellet di legno. Trattandosi di un carburante naturale la sua disponibilità dipende dalla redditività della campagna olivicola. In altre parole, in annate scarse di olive, altrettanto scarsa è la disponibilità del nocciolino, com’è accaduto qualche anno fa. Forse è questo, oltre al fatto dell’estrema localizzazione della materia prima, che ne limita di molto la diffusione capillare.

Partendo da un dato italiano di produzione di olive da olio di circa 3 milioni di tonnellate (dato prossimo a quello dell’ISTAT dell’anno 2013), è possibile stimare un potenziale volume d’affari della sansa esausta e del nocciolino di sansa vergine per l’Italia che si aggira tra i 25/50 milioni di euro.

La molla che fa propendere per un tipo o l’altro di biocombustibile è comunque quella economica, come confermano alcuni casi studio mappati da Enama, l’Ente nazionale per la meccanizzazione agricola. Un’azienda florovivaistica leccese, passata dal gasolio al nocciolino installando un impianto dedicato, ha risparmiato 79mila euro l’anno tra combustibile e manutenzione. Le circa 300 tonnellate di nocciolino, acquistate da sansifici entro un raggio di cento chilometri, sostituiscono i 124mila litri di gasolio e riscaldano i 13.500 metri quadri di serre. Un’altra azienda, sempre pugliese, ha preferito l’uso di sansa esausta: 300 tonnellate di sansa hanno sostituito i 138mila litri di gasolio, con un risparmio di circa 85mila euro l’anno a parità di superficie riscaldata. Si aggiunga che in alcuni casi le imprese agricole possono usufruire anche di finanziamenti attraverso il Programma di Sviluppo Rurale.

E c’è chi, raro caso in questo senso, ha ottenuto i titoli di efficienza energetica. È il caso della Bettolino di Reggiolo, prima classificata al Premio Bioenergy Italy 2014 di Legambiente nella sezione biomasse. Dal pellet si è convertita al nocciolino di sansa, prodotto in una filiera tracciata abruzzese, e al biogas, con cui scalda le serre con un rendimento annuo di 2.568 MWh.

L’articolo è tratto da:

  • Nocciolino, sansa, gusci di nocciola. Viaggio tra le biomasse da riscaldamento meno conosciute
  • Pubblicazione dell’ENAM “Risparmio energetico e biomasse agroforestali per il riscaldamento delle serre”